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Tropea (VV )

Come spesso accade, si parte dalla leggenda che vuole Ercole fondatore di questa cittadina, bellissima terrazza spalancata sul Tirreno, quando dalla Spagna raggiunse l’Italia. Per questo era nota come Porto Ercole.

Rari comunque i riferimenti storici fino al periodo bizantino, e confuse le notizie disponibili. Le necropoli scoperte presso il cimitero risalgono certamente all’epoca preistorica e protostorica, come brettie erano le sepolture nell’area della cattedrale, segno che il territorio fu abitato da tempi remoti. Qualcuno ipotizza l’esistenza di una città ellenica già dal VII-VI secolo, sotto il controllo di Lokroi Epizephiri. Distrutta da Annibale durante la guerra contro Roma, Scipione l’Africano ne ordina la ricostruzione e la ribattezza Tropheum in memoria delle sue gesta. Secondo un’altra ipotesi, la città, col nome di Trionfera, fu fondata da Sesto Pompeo in onore della vittoria ottenuta contro Cesare Ottaviano. In ogni caso la città era molto rinomata all’epoca per le sue bellezze e per il suo clima, che colpirono Plinio e Strabone

La presenza del Cristianesimo è segnalata già dal III-IV secolo, e la comunità cristiana era diventata tanto numerosa che Tropea era già sede vescovile nel V secolo. Rimasta nell'Impero d'Oriente dopo la caduta di Roma, la presenza bizantina divenne massiccia nella prima metà del 500, e Belisario fece erigere notevoli opere di difesa, tra cui le solide mura. Con i Bizantini, arrivarono i monaci basiliani e con loro la liturgia greca, la sola ammessa dal 730 circa, quando Leone Isaurico, imperatore di Bisanzio, sancì il distacco delle Chiese di Sicilia, Puglia e Calabria dal Patriarcato di Roma. Tropea è aggregata alla giurisdizione del Metropolita di Reggio e soggetta al Patriarcato di Costantinopoli.

Nei due secoli successivi Tropea è al centro delle contese tra Arabi e Bizantini, e cambia continuamente padrone: gli Arabi nell’840; Niceforo Foca la riporta nelle mani di Bisanzio nell’884; di nuovo gli Arabi nel 946, cacciati nel 952 e ritornati nel 985. La definitiva sconfitta degli Arabi avvenne nel 1062, con l’arrivo dei Normanni di Roberto il Guiscardo, con i quali Tropea fu ricostruita e fortificata. Alla città furono concessi notevoli privilegi, fu reintrodotto il rito latino ed istituita la diocesi, anche se la presenza greco-ortodossa continuerà fino al XVI secolo. Tropea è inclusa nel regio demanio, e vi resterà anche per tutto il periodo svevo, se esclude la parentesi di Anfuso de Roto, signore di Montalto, che per pochi anni a cavallo del 1200, ne fu feudatario. Tale condizione favorì lo sviluppo economico, demografico ed urbanistico della città che, riconoscente verso gli Svevi, si oppose all’insurrezione tentata da Pietro Ruffo, suo cittadino per altro, contro Manfredi, nel 1226. Tropea si costituì comune autonomo, unico esempio in Calabria, e rimase fedele agli Svevi. Gli Angioini, padroni del Regno di Napoli dal 1266, assegnarono la città a Pietro II Ruffo, reintegrandola nel demanio alla fine della Guerra del Vespro.

Il governo dei Francesi fu stranamente saggio, e alla città furono concessi molti privilegi, tra cui lo status di Libera Università, in altre parole comune autonomo, nonostante l’aperto schieramento degli abitanti con gli Aragonesi. Tropea ebbe gran considerazione in quel periodo, tanto da essere definita Universitas Nostre sia da Roberto d’Angiò, sia da Carlo II, suo successore. Addirittura, la ribellione seguita all’insediamento come feudatario di Ugone di Boville, nel 1314, fu placata da Roberto d’Angiò semplicemente abrogando il decreto. L’autonomia amministrativa e la libertà di commercio resero Tropea una dei più ricchi centri calabresi, e la prosperità continuò per tutto il successivo aragonese, cominciato nel 1442. Nuovi privilegi politici e civili furono concessi da re Alfonso, tra cui quello di rimanere in perpetuo nel Regio Demanio ed il libero commercio in tutto il regno di Napoli. Accanto alla ricchezza economica, crebbe l’attività religiosa e culturale, in cui un ruolo importante ebbe l’arrivo dei più preminenti ordini monastici e la fondazione dell’Accademia degli Affaticati. Non ebbe dubbi, perciò, la cittadinanza a rimanere fedele agli Aragonesi nella guerra contro Carlo VIII, tanto che il re Alfonso II, considerandolo il suo ultimo baluardo, vi si rifugiò per alcuni mesi nel 1494. Tropea non riconobbe mai l’autorità di Carlo VIII, per altro sconfitto dopo pochi anni dagli Spagnoli, insediati sul trono di Napoli dal 1504. Ferdinando il Cattolico riconfermò privilegi goduti fin’ora dalla città, e lo stesso fece Carlo V, che vi soggiornò nel 1535.

Lo spagnolo è anche il periodo della minaccia turca, la cui flotta è padrone del Mediterraneo e che il viceré affronta anche con la costruzione delle torri costiere. Tropea è devastata dal pirata Kaireddin, nel 1543, e navi turche sostano più volte a Capo Vaticano e nel porto della stessa città. Vi sostarono anche le navi di Marcantonio Colonna, dirette verso Lepanto, nel 1571. Le continue guerre e la gestione parassitaria degli Spagnoli, costrinsero la Corona a vendere molte dei suoi possedimenti: Tropea fu acquistata nel 1612 dai Ruffo, Principi di Scilla, per la cifra enorme di 190.000 ducati. La rivolta popolare conseguente convince Filippo III ad annullare l’atto, reincamerando la città nel demanio dopo la restituzione della somma. La crisi economica è in ogni caso inevitabile, favorita dai contrasti tra la nascente ricca borghesia, appoggiata dalle istituzioni ecclesiastiche, e la nobiltà sempre più decadente. Il calo consistente delle produzioni agricole ed industriali e il conseguente impoverimento delle masse, esasperate dall’esoso fiscalismo, amplificano gli echi della rivolta di Masaniello, ed a Tropea si assiste, tra il 1647 e 1648, alla ribellione dei casali, domata dalle truppe spagnole agli ordini di Francesco Carafa. La stessa situazione si ripresenta all’inizio del XVIII secolo, con l’acuirsi della crisi del mercato del grano e della seta, le uniche produzioni ancora abbondanti nella zona. La nuova ribellione del 1722 fu domata dal Generale Vallis. Tropea rimase tra le poche città non infeudate anche durante il periodo borbonico, durante il quale la situazione economica e sociale andò sempre peggiorando, aggravata anche dalla peste ricomparsa nel 1743, dopo circa un secolo.

Un simile terreno fu fertilissimo per le idee giacobine, diffuse da personalità come il filosofo Pasquale Galluppi, e l’adesione alla Repubblica Partenopea del 1799 fu tanto immediata quanto rapida fu la repressione delle truppe sanfediste, guidate in città dallo stesso Cardinale Ruffo. L’arrivo dei Francesi per la città significò la perdita di tutte le concessioni ed i privilegi goduti in passato, nonché il ridimensionamento del ruolo politico, fino allora egemone sul territorio; la funzione di capoluogo di circondario riconosciutole dai Francesi era semplicemente burocratica, ed ulteriore declassamento subì dopo la restaurazione borbonica, con lo smembramento della diocesi ed un modesto incarico di dogana di seconda classe. La città in ogni caso seppe rilanciare la sua economia ed affrontare i nuovi problemi demografici ed urbanistici comparsi dopo l’unità d’Italia.

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