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Il Castello Svevo - Cosenza   (CS)

Sul colle Pancrazio, a dominio della città.

È certamente un edificio dal valore storico enorme, che dall’epoca normanna ospitò tra le sue mura quasi tutti i sovrani dell’Italia meridionale. Fu la dimora, forse forzata, di Arrigo di Hohenstaufen, meglio noto come Enrico VII lo Sciancato, figlio di Federico II; fu la corte reale di Margherita di Savoia e di Luigi III d'Angiò, Duca di Calabria, che vi morì nel 1423; anche Alfonso d’Aragona vi trascorse parte della sua giovinezza.

A dispetto del nome, fu probabilmente edificato dai cosentini alla fine del X secolo, sui resti di una preesistente rocca bruzia, per difendersi dai Saraceni; sicuramente questi ultimi completarono la struttura, per difendersi a loro volta dai Bizantini. Le modifiche e le aggiunte volute da Ruggero II d’Altavilla nel 1130, furono vanificate dal terremoto rovinoso del 1184, che rese il maniero completamente inagibile. Il totale ripristino si deve a Federico II, che nel 1239 fece aggiungere la torre ottagonale. Altre sostanziali modifiche furono volute dagli Angioini, che vi fecero aggiungere il piano superiore e la cappella e che vi installarono perfino una zecca. Per tutto il XVI secolo, svolse la sua primaria funzione militare, sede di comando e di un fornito deposito d’armi. Duramente danneggiato dal terremoto del 1638, fu abbandonato per quasi un secolo, finché non fu acquistato dal vescovo Capace Galeotta per riadattarlo a sede estiva del seminario, facendo modificare gli ambienti e ricostruire il piano superiore. Ulteriori modifiche furono necessarie per trasformarlo in carcere, durante il regno dei Borboni. Interventi consistenti furono eseguiti per riparare i danni provocati da una natura implacabile, i terremoti, e dalla follia dell’uomo, i bombardamenti del 1943.

Quello che oggi ammiriamo, è quindi il risultato di tutti i rimaneggiamenti che il maniero ha subito, pressoché ininterrottamente da quando divenne seminario. Niente rimane del vecchio impianto saraceno, solo la torre ottagonale degli interventi svevi e qualche stemma, il giglio ed il rastrello, degli Angioini.

Imponente, è una struttura a pianta quadrangolare, con poderosi bastioni, ben adattata al terreno in parte scosceso; subito evidenti le torri angolari, tra cui quella ottagonale sveva.

L’ingresso è quello costruito nel 700, in posizione diversa dall’originale. Del portale ad arco acuto è ancora visibile uno scudo aragonese. Subito dopo, il cortile d’ingresso, oggi noto come la Piazza d’Armi, dalla quale si accede alla torre esterna, deposito di polveri durante il dominio borbonico; al centro, i resti dell’antica cisterna. Opposto all’ingresso, un portico del 1700, oltre al quale l’accesso al salone di rappresentanza, una porta oggi murata sormontata da uno stemma vescovile.

Delimita il vasto cortile, il "corridoio angioino", così definito per lo stemma con il fiore simbolo della dinastia, incastonato quale chiave di volta. Dal corridoio si accede all’ampio salone di ricevimento, che a sua volta immette nel cortile o nella sala detta con molta fantasia della Regina Isabella d’Aragona: è, infatti, quasi certo che la suddetta Regina non ha mai soggiornato nel castello, e sicuramente la sala, munita solo di strette feritoie, non poteva essere degna di una sovrana. Si tratta invece della torre quadrata di nord ovest. Ancora dal corridoio angioino, si passa alla sala d’armi, o meglio all’unico rimasto dei sei locali comunicanti, che presenta massicce colonne con capitelli in tufo a motivi floreali e, stranamente, un’acquasantiera. Le inferriate rivelano che i locali facevano parte del carcere borbonico. Da questi ambienti, si passa nella torre ottagonale di Federico II. Tre sale d’epoca sveva, con volta a crociera, formano la sala del trono, adiacente alla seconda torre ottagonale crollata nel 600, forse a causa di un’esplosione delle polveri che vi si custodivano. Una scala nel cortile conduce al piano superiore, costruito nel 700, con gli alloggi del seminario, adibiti dai Borboni a saloni militari. In cima alle scale, la splendida vista sulla città e sulla valle del Crati.

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