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Duomo - Cosenza   (CS)

È un monumentale edificio sacro, con particolarità uniche e di certo tra i più famosi dell’Italia meridionale. Con buona probabilità, fu edificato in forme romaniche verso la fine dell’XI secolo. Distrutto dal terremoto del 1184, fu ricostruito, con lentezza, sul sito e nella pianta attuali, dall’arcivescovo cistercense Luca Campano in stile gotico provenzale, e fu solennemente consacrato nel 1222 alla presenza dell’imperatore Federico II, che, secondo la tradizione, fece dono alla chiesa della preziosa quanto famosa Stauroteca.

Altri interventi furono giustificati dai ripetuti terremoti e da problemi di stabilità, altri ancora semplicemente per discutibili adeguamenti alle mode del tempo, cosa all’epoca tutt’altro che rara, sfortunatamente. Lievi i danni subiti nel 1479 e 1484, distrutta l’ala sinistra nel 1580 ed il campanile nel 1638. Dei disastri della natura furono più inclementi le modifiche volute nel 1748 dall’arcivescovo Capece Galeota, capaci di sconvolgere completamente, con una discutibile sovrastruttura barocca, l’originalità della chiesa e di distruggere numerose opere d’arte. Altra violenza, fu aggiunta nel 1831, con il rifacimento della facciata in stile pseudo gotico. Fu solo nel 1886 che iniziò il giusto recupero della chiesa, grazie anche al coraggio ed alla capacità dell’architetto Giuseppe Pisanti, che ne riportò l’interno alla sua originalità, sfrondando tutti i pesanti barocchismi; il completo restauro, facciata compresa, durò fino agli anni 50.

La facciata, in arenaria rosata, è divisa in tre parti da contrafforti e da quattro torri; i tre portali romanici in pietra, a sesto acuto, sono gli originali; sul centrale un gran rosone, due più piccoli e quadrilobati sui laterali. Sempre all’esterno, sul fianco destro, un’edicola custodisce la Madonna degli Orefici, tela forse di fine 500, oggetto di venerazione ma di modesto valore artistico.

L’interno è a pianta basilicale, a tre austere navate con otto campate, divise da archi a tutto sesto poggianti su grossi pilastri con bassi capitelli variamente decorati; i pilastri sono in pietra rosata di Mendicino ed i soffitti delle navate sono in legno. Alte monofore romaniche danno luce alla navata centrale, una serie di più modeste bifore alle laterali. Il presbiterio è sopraelevato rispetto all’aula, e quattro pilastri a fascio sostengono le volte ogivali del transetto, separandone la parte centrale quadrata dai due bracci laterali. Sui pilastri vicini al transetto, l’Annunciata e l’Angelo annunciante, resti di affreschi del XIV secolo, ed, accanto, qualche frammento dell’originario pavimento svevo. L'abside centrale, più lunga delle due laterali, protetta in una costruzione pentagonale, visibile dall'esterno, è sovrastata da un paliotto quadrato decorato da una serie di archetti acuti su colonnine binate. L’altare maggiore è tutto in marmo bianco, finemente lavorato con simboli della liturgia, con paliotto traforato e dorato. Contiene le reliquie delle Sante Urbicina e Secondina, vergini e martiri. Dietro l’altare, il coro a due ordini, in noce, abbellito con l’Assunta e i 12 Apostoli, affreschi di Domenico Morelli e Paolo Verri, di fine 800. Appeso alla volta sull’altare, un Crocifisso del 400, in legno, un tempo nella cappella Telesio, oggi non più esistente.

A sinistra nel transetto, la tomba monumentale di Isabella d'Aragona, deceduta cadendo da cavallo mentre attraversava il fiume Savuto, per andare incontro a Filippo I l’Ardito, re di Francia e suo consorte, di ritorno dalla crociata. Eseguita da un artista francese, è definita come una delle prime opere gotico-francesi realizzate in Italia. Concepita quasi come una vetrata, è a forma di trifora gotica trilobata, con in alto un quadrifoglio, che incornicia la Vergine con ai lati il Re e la Regina, con gli occhi chiusi, in preghiera. Unica del suo genere in Italia, fu murata durante il rifacimento barocco del 700 e ritrovata fortunosamente grazie ai restauri nel 1891. Poco distante dal sepolcro, la Madonna del Rosario, tela di Rocco Ferrari da Montalto del primo 900.

Un altro sepolcro è in fondo alla navata destra: è romano del IV secolo, detto di Meleagro, per il bassorilievo che ne raffigura la caccia, e che si suppone contenga le ossa di Enrico VII di Hohenstaufen lo Sciancato, primogenito di Federico II, la cui morte è rimasta misteriosa.

L’opera più conosciuta è senza dubbio la Madonna del Pilerio, cui la chiesa è dedicata dopo l’elevazione a santuario del 1981. Collocato sopra l’altare in marmi policromi dell’omonima cappella, inserito in un sontuoso fastigio di marmo, del 700, e contornato da una ricca cornice in argento del 1856, fu un quadro artisticamente sottovalutato per secoli: per merito di un eccellente restauro si è rivelato una splendida icona di fine XIII secolo. La rimozione dei molti strati di vernice sovrapposti e degli ex voto, ha portato alla luce la cornice e le aureole originali, la veste rossa ed il manto blu della Madonna, tutti elementi caratteristici di quel movimento artistico sviluppatosi in Sicilia ed in Campania e fortemente influenzato dall’arte bizantina. L’opera è sempre stata oggetto di grande venerazione, specie dopo l’intervento miracoloso della Vergine che ha salvato la città, attirando su di sé la peste che vi infuriava nel 1576: il segno sul volto della Madonna, considerato un bubbone ma in realtà un deterioramento del colore, non è stato intenzionalmente rimosso per rispetto a questa fortissima tradizione. Per curiosità, l’attributo del Pilerio potrebbe derivare da una storpiatura di pilastro, cui l’icona fu appesa per facilitarne la visione ai numerosi fedeli accorsi dopo l’evento miracoloso. C’è da aggiungere che l’icona esposta è un’ottima copia del 1778: l’originale è custodita nell’Arcivescovado per ovvi motivi di sicurezza.

Nella stessa cappella, in due nicchie sulle pareti, le statue della Titolare e dell’Immacolata; sulla parete di sinistra, lo sposalizio della Vergine, tela con l’autoritratto del suo autore, Giambattista Santoro; di fronte, lo stesso soggetto in una tela anonima dell’800; le reliquie dei Santi Eugenio e Silvano, custodite nell’altare.

Interessante anche la cappella dell’arciconfraternita Orazione e Morte, del 1689, quasi interamente decorata con affreschi. Sull’altare barocco, in marmi policromi, la Madonna delle Grazie, pala anonima del 1770; sul soffitto, i Maccabei, e la Pietà sulla volta dell’abside, entrambi opere di anonimi artisti locali del 700. a F. Bruni si devono le scene della vita di Tobia ed i miracoli di San Raffaele, sulle pareti dell’abside, mentre ignoti sono anche gli autori dei quattro ovali, ancora dedicati alla vita di Tobia, e dei due raffiguranti un santo ed un laico. Ottima fattura per il coro in legno, opera di maestranze locali di fine 700. Ancora, a destra dell’abside, la tomba in cui riposano le salme dei cosentini insorti e fucilati nel 1844, e che per un certo periodo ospitò anche le spoglie dei fratelli Bandiera, prima del loro trasferimento nella chiesa dei Santi Giovanni e Paolo in Venezia.

Tra le altre opere, che citiamo semplicemente per amor di brevità: la statua in legno dell’Assunta, nell’omonima cappella, attribuita al napoletano Gaspare Castelli, del 1870; Cristo alla colonna, altra opera in legno, di anonimo dell’800;; il Crocifisso del 600 ed i pregiati mobili della sacrestia, in legno di noce e con lo stemma del commissionario, l’arcivescovo Capece Galeotta.

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