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Le Aree Sacre - Locri   (RC)

Erano numerose e tutte identificabili con un santuario e col nume che vi si venerava. Disposte lungo la cinta muraria, all’interno come all’esterno, costituivano una specie di cintura sacra protettiva. La più famosa ed importante è quella di contrada Marasà, nei pressi dell’Antiquarium, con in pratica il tipico santuario ellenico, costituito dal tempio, dall’altare e dalla stoà. Il tempio in particolare, doveva essere senz’altro monumentale, se sono attendibili le ricostruzioni che ipotizzano colonne alte 12 metri, 17 per i due lati lunghi e 7 per i corti. Gli scavi ed il prelievo di materiali per costruzioni anche recenti, hanno permesso di individuare strutture risalenti a periodi diversi, favorendone la ricostruzione storica: la parte più antica appartiene ad un piccolo tempio rettangolare dedicato ai Doscuri e risalente al VII secolo, tra i più arcaici edifici di culto della Magna Grecia, quindi; un colonnato fu aggiunto nella metà del VI secolo ed all’inizio del V l’intero edificio fu abbattuto e sostituito con il tempio ionico, tra i pochi, se non l’unico, della Magna Grecia. L’edificio sacro è noto come tempio dei Dioscuri, ma non si è potuto stabilire la divinità cui era dedicato, se Zeus, Persefone, Afrodite o gli stessi Dioscuri, numi tutelari della città e guide dell’esercito nella battaglia contro i Crotoniati. Rimane pochissimo: resti del basamento, il troncone di una colonna, alcuni capitelli e l’altare, ben conservato e lungo quasi 13 metri. Eccezionali invece i ritrovamenti: su tutti i due gruppi marmorei dei Dioscuri, ora al Museo Nazionale di Reggio Calabria; la Nike, statua alata della vittoria. A questo tempio si suppone l’appartenenza del famoso "Trono Ludovisi", una delle più alte espressioni della scultura della Magna Grecia, rinvenuto negli omonimi giardini di Roma e conservato al Museo Nazionale Romano.

Un sontuoso santuario doveva essere anche quello noto come tempio di Casa Marafioti, per via dell'edificio che lo ricopre parzialmente, edificato nel 1700. Al centro della città, sulla collina dominante il teatro, era un tempio dorico ed i pochi resti, oltre alla ricostruzione dell’edificio, lungo circa 40 metri, largo la metà e circondato da colonne, ne permettono anche la datazione: VI secolo, con rifacimenti verso la fine dl V. Grande il numero di decorazioni rinvenute, la maggior parte in terracotta, come le maschere a testa leonina e soprattutto l’"Efebo Cavalcante" o "Dioscuro", il più grande e celebre gruppo equestre in terracotta esistente al mondo, riproducente un giovane su un cavallo sostenuto da una sfinge antropomorfa, databile al 470 AC. Dedicato a Zeus con buona probabilità, era forse parte di un unico santuario comprendente anche il tempio consacrato, con assoluta sicurezza, al Re dell’Olimpo, un centinaio di metri più a valle. In quest’ultimo edificio fu fatta la scoperta in assoluto più importante dal punto di vista storico e filologico: il cosiddetto archivio del tempio. In pratica è una grossa teca cilindrica monolitica, alta poco più di un metro e col diametro di circa un metro e mezzo, contenente 39 tavolette di bronzo, di varie misure e spessori. Le tavolette, risalenti al IV-III secolo, sono semplicemente i registri contabili del tempio, e dal loro contenuto si è potuto risalire anche all’organizzazione complessiva della città, con chiari riferimenti alle istituzioni, all'organizzazione logistica e perfino ai prezzi, al calendario ed alla topografia. Oltre la funzione religiosa, si evince anche l’evidente attività finanziaria del tempio che, quasi come una banca, concedeva prestiti alla città per la costruzione d’opere pubbliche, quali il restauro ed il rafforzamento della cinta muraria e la torre a protezione della porta di Marasà. Stupisce la dovizia di particolari, con le citazioni dei magistrati e delle loro cariche, religiose e civili, nonché le misure, i costi e talvolta anche la pianta dell’opera da realizzare. Superfluo, a questo punto, rilevarne l’enorme valore linguistico e filologico.

L’altro importante santuario è quello situato ai piedi della collina Mannella, dedicato a Persefone e considerato all’epoca, V secolo, il più celebre della Magna Grecia. Non vi era un tempio vero e proprio, ma piccoli edifici con al centro un'Edicola Thesauraria, i cui resti sono le uniche cose rimaste. Gli oggetti offerti alla dea erano depositati nei pozzi votivi, scavati a caso nell’area sacra, che hanno conservato per secoli monete, avori, specchi, terrecotte e ceramiche. Notevoli sono i contenitori per profumi, dalla foggia più varia, a forma di lepre o di sirena, per esempio; non da meno le statuette di figure femminili ed i bronzi, armi e specchi essenzialmente. Stupende infine le pinakes, tavolette votive in terracotta con raffigurazioni a bassorilievo relative in molti casi al mito di Persefone. Sono senza dubbio una delle più alte espressioni artistiche mai rinvenute in Magna Grecia, nonostante la produzione in serie, ottenuta mediante matrici.

Meno estesi, ma non meno considerati, gli ultimi due santuari: il Tempio di Athena ed il Santuario di Grotta Caruso. Del primo, un piccolo edificio dorico del V secolo, poco distante dal più famoso tempio di Persefone, rimane solo il basamento e qualche capitello, oltre al pozzo sacro che ha restituito molte statuette votive, raffiguranti la dea con egida, elmo e lancia. Doveva essere molto seguito il culto di Athena, considerata ispiratrice e protettrice di Zaleuco, l’insigne legislatore. Non ci fu mai un edificio nel Santuario di Grotta Caruso, poiché il luogo del culto era un antro naturale dal quale sgorgava una sorgente. Numerosi anche in questo sito i ritrovamenti di terrecotte votive, relative alle ninfe delle sorgenti ed agli dei più legati alla natura, Dioniso ed Afrodite su tutti. Particolari sono le riproduzioni di grotte e fontane, le figure di donne nude sedute e le famose statuette tanagrine, sempre di figure femminili ma riccamente vestite.

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:: Primo piano da Sezioni storiche

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