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Il Castello - Pizzo   (VV)

È un poderoso baluardo che domina il golfo di Sant'Eufemia, arroccato com’è su di uno sperone roccioso. Il nucleo originario risale alle fortificazioni a difesa del villaggio volute nel 1380 dagli Angioini, che fecero erigere anche la torre rotonda, detta mastra, sulla quale furono impostati i successivi lavori. Il castello vero e proprio, fu fatto edificare da Ferdinando I d’Aragona che, con l’ordinanza del novembre 1480, decretò anche la costruzione dei manieri di Crotone, Reggio, Corigliano, nonché la fortificazione di tutta la costa calabrese, a difesa del regno contro gli assalti dei Turchi. Alla torre mastra ne fu aggiunta un’altra a tronco di cono, più piccola, ed una torretta di guardia, più in basso. Tra le torri principali, un massiccio corpo quadrangolare a strapiombo sulla rupe dalla parte del mare, con casematte e pianterreni; un fossato lo proteggeva dal lato interno, e l’accesso era consentito da un ponte levatoio, tra la torre d’occidente e la parte angolata. La fortezza fu dotata anche di camminamenti, che portavano fuori città, e di cunicoli che, secondo la tradizione popolare, lo collegavano perfino ai castelli di Vibona, Rocca Angitola e Monteleone, l’odierna Vibo Valentia. Alcuni di tali percorsi sotterranei sono ancora esistenti, ad esempio quello che conduce al Palazzo Gagliardi, o l'altro che si dirige verso l’attuale Piazza Umberto I. Il terremoto del 1783 ne distrusse le camere superiori, riedificate nel 1790 dai Silva, all’epoca signori della città. Dopo la legge eversiva della feudalità, il castello fu al centro di conflitti giuridici relativi alla proprietà tra il Comune ed il Genio Militare. Adibito a caserma ed a prigione dal Governo, fu definitivamente ceduto al Comune e dichiarato monumento nazionale con decreto del 1892. Il castello conservò quasi immutata la sua struttura: paradossalmente fu la Sovrintendenza di Reggio Calabria, durante il restauro di pochi anni fa, a far demolire inspiegabilmente le casematte che si affacciavano sul mare.

Simbolo, come tutti i castelli, del potere e spesso della sua arroganza, le sue prigioni ebbero ospiti illustri, come Tommaso Campanella, Giuseppe Balsamo conte di Cagliostro, Pasquale Galluppi, Ricciotti Garibaldi, figlio di Giuseppe e Anita, ed Antonio Anile. Ma è l’essere stato il tragico testimone dell'epilogo di Gioacchino Murat che gli ha conferito la sua fama storica: nelle sue segrete, lo sfortunato cognato di Napoleone fu tenuto prigioniero per cinque giorni e nel suo cortile fu fucilato il 13 ottobre 1815. La Commissione Militare, presieduta dal Generale Vito Nunziante, si riunì e pronunciò la sentenza di condanna proprio in una delle casematte fatte demolire recentemente. Per questo è conosciuto anche come Castello Murat, e di Murat è possibile vedere ancora la cella, lo scrittoio e le ultime lettere, nonché il busto di marmo e due epigrafi commemorative, una delle quali in francese apposta dagli abitanti di La Bastie-de-Murat, nel 1965.

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