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Il Duomo - Vibo Valentia   (VV)

Dedicato a san Leoluca, fu edificato sui resti della basilica basiliana di Santa Maria, risalente al IX secolo, trasformata in oratorio francescano nel 1200. L’antica chiesa, di cui rimane molto poco, avrebbe custodito, secondo alcune ricostruzioni storiche, il sepolcro di San Leoluca, eremita profugo dalla Sicilia occupata dai Saraceni e rifugiatosi nel monastero basiliano di Santa Maria di Vena. Non si conosce con precisione a quale epoca l’edificio sacro risalga, è però certo che la chiesa, allora dedicata a Santa Maria Maggiore, fu di rito greco fino al XV secolo e che fu gravemente danneggiata dai terremoti del 1638 e 1659; l’attuale costruzione fu eretta tra il 1680 e il 1723 per volere dei Pignatelli, su progetto dell’architetto locale Francesco Antonio Curatoli. Altri interventi furono il rifacimento della facciata e l’ulteriore ampliamento nel 1879, ed una quasi ristrutturazione generale nel 1975.

La facciata barocca è a due ordini, scanditi da lesene e separati da un cornicione mistilineo; il timpano è sormontato da una croce greca in ferro battuto. Una breve scalinata precede il bel portale in pietra, fiancheggiato da due colonne con alto basamento e capitelli, a sostegno del fastigio di coronamento. Stupende sono le due porte in bronzo, realizzate nel 1975 da Giuseppe Niglia: sono dette le Porte del Tempo e riportano in rilievo la storia della città, tra verità, miti e leggende. Al centro del secondo ordine, sul portale, un finestrone in una cornice di travertino. Ai due lati, le torri campanarie a pianta quadrata con cupola in rame, alleggerite da profonde nicchie con mensole in travertino. Bella è anche l’alta cupola a tiburio.

L’interno è a croce latina, con una sola navata molto spaziosa, transetto, abside e quattro cappelle laterali comunicanti. La navata è decorata con stucchi, grandi statue e medaglioni in gesso; sulle volte del soffitto, belle decorazioni ed i dodici affreschi neoclassici di Emanuele Paparo, del XIX secolo. Interessanti le figure dei Quattro Evangelisti, dipinte da Giulio Rubino nel XVIII secolo sui pennacchi di sostegno della cupola; decorazioni in gesso e medaglioni, plasmati da Fortunato Morano nel 1810, anche sulle pareti dell’abside. Imponente e ricco è l’altare maggiore barocco, in marmo con tarsie policrome, con colonne e paliotto, vicino al quale è lo stemma dei Pignatelli; sullo stesso altare, la Madonna della Neve, bella statua del XVI secolo, in marmo bianco di Carrara, a tutto tondo e figura intera, attribuita al napoletano Girolamo Santacroce. Nel presbiterio gli scanni del coro barocco, preziosamente intagliati da maestranze locali sul finire del XVIII secolo; molto bello è il Trono Vescovile intagliato e decorato, con la base sostenuta da leoncini accovacciati.

Nel transetto di sinistra, la Cappella delle Anime del Purgatorio, il cui splendido altare in marmo verde calabrese funge da degna cornice al celeberrimo trittico di Antonello Gagini: tre bellissime statue in marmo bianco, in altrettante nicchie delimitate da quattro colonne in marmo cipollino africano. La stupenda opera risale al 1608, commissionata da Ettore Pignatelli per la Chiesa di Santa Maria La Nova e trasferita nell’attuale sistemazione durante la dominazione francese; le statue sono poste su scannelli figurati e rappresentano la Madonna delle Grazie col Bambino tra San Giovanni Evangelista e Maria Maddalena: quest’ultima è un autentico prodigio di statica, poiché nessuna delle cinque parti che formano il gruppo poggia nella nicchia. Altre opere attribuite al Gagini, o almeno alla sua scuola, sono le due statue della Madonna del Carmine e di San Luca, nel transetto destro. Altre importanti opere presenti nel tempio sono: la Madonna della Sanità tra due Santi francescani, olio su tavola del 500 attribuito alla scuola di Francesco Salviati; l’Incredulità di San Tommaso, tela del XIX secolo di Emanuele Paparo, al quale si attribuisce anche l’Immacolata e San Romualdo, altro dipinto coevo; il Crocifisso sul secondo altare a sinistra, opera monastica di fine XV secolo. Ultima curiosità nella navata, la campana del 600 precipitata dal campanile a causa del terremoto del 1783.

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