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Cattedrale di San Nicola di Mira - Lungro   (CS)

Chi s’avvicina per la prima volta a questo edificio sacro, difficilmente può immaginare lo splendore delle sue decorazioni interne, assolutamente non rispecchiato dalle forme tardo-barocche dell’impianto esterno.

La chiesa che oggi si ammira è il risultato di varie ricostruzioni e di lunghi rifacimenti, cominciati nel 1721 su una cattedrale del 1547 ma di più antica origine, se è vero che una cappella, con tracce d’affreschi, risale al Medio Evo. Ampliato ulteriormente nel 1773, l’edificio fu completato nel 1825.

La facciata è a due ordini, con tre portali molto semplici inseriti tra altrettante coppie di lesene composite; su ciascuno dei portali laterali, una piccola finestra quadrata. Nell’ordine superiore, una grande monofora al centro di quattro identiche lesene, che sostengono il timpano con oculo centrale. Il campanile a pianta quadrata è a tre ordini, alleggerito da monofore e culminante in una cuspide.

L’interno è a pianta basilicale, a forma di croce latina, con tre navate, ampia abside e cupola centrale che non compare all’esterno. La maggior parte delle decorazioni fu eseguita a cavallo degli anni 20 e 30, in seguito alle radicali modifiche, necessarie per adeguare la chiesa al rito greco-bizantino.

Fu il pontefice Benedetto XV a volere Lungro come sede perpetua di Diocesi di rito greco, elevando la chiesa al grado di cattedrale e nominandone il primo vescovo, mons. Giovanni Mele: questo accadeva il 13 febbraio 1919, con la Costituzione Apostolica Cattolici Fideles, e la Diocesi fu da allora il centro di riferimento spirituale per tutte le comunità italo-albanesi dell’Italia peninsulare di rito greco-bizantino.

Agli interventi di restauro più urgenti, seguirono i lavori che trasformarono la cattedrale nel tempio del nuovo rito, senza alterarne il disegno originale e mantenendo intatte le strutture murarie. Fu costruito l’altare quadrato, che è sormontato da un baldacchino e munito di una colomba in argento per la custodia del SS Sacramento; fu eretta l’Iconostasi, la parete decorata con icone che, nelle chiese di rito greco, separa il presbiterio dalla zona riservata ai fedeli; furono restaurate la sacrestia e l’attigua Cappella del Crocifisso. La chiesa fu inoltre arricchita da un superbo trono vescovile in noce massiccio, intagliato da maestri di Castrovillari con lo stemma prelatizio, croci greche, grappoli e spighe.

Molto belle sono le icone che, con le lampade votive, decorano i pannelli di legno dell’iconostasi. Particolarmente notevoli i Dodici Apostoli, Sant’Elia il Profeta, Santa Parasceve e San Nicola di Mira, il patrono cittadino, ma splendida è Santa Maria dell’Alto, tavoletta sulla quale la Madonna col Bambino è raffigurata tra due Angeli e l’Ecce Homo, in alto: sono opere chiaramente ispirate ai maestri toscani del 300, eseguite da Giovan Battista Conti, dal 1923. Originali per lo stile sono il Cristo Eucaristico, i Padri della Chiesa d’Oriente e d’Occidente, la Natività e la Discesa dalla Croce, pitture del sacerdote ateniese Josif Prindesis, la cui tecnica ricorda molto le icone dei monasteri sul Monte Athos.

Merita soffermarsi sugli incredibili mosaici, opere a dir poco magnifiche, frutto di grande maestria ed infinita pazienza.

Quello realizzato nel 1982 dal Prof. Augusto Ranocchi, dell'Accademia di Belle Arti di Roma, occupa oltre 80 metri quadrati del catino absidale. Riproduce, su sfondo dorato ed in stile bizantino, la Madre di Dio in trono, con il Bambino sulle ginocchia, tra gli Arcangeli Gabriele e Michele, Davide e Isaia; nel tondo sovrastante, Cristo nella sua gloria. La Vergine è rappresentata come l'Odigitria, Colei che conduce al Figlio, ma per l’ideale triangolo, simbolo della SS Trinità, formato dalle tre stelle d’oro che decorano il maphorion blu, è considerata come la Platitèra, Colei che contiene l'universo.

Sempre nell’abside, ai lati del mosaico, gli interessanti affreschi del 1984, sono opere di Kostas Tsitsalavidis da Salonicco.

Maestoso veramente è l’altro mosaico che copre i 120 metri quadrati della cupola centrale. Vi è raffigurato il Cristo Pantokrator, tra quattro Serafini e altrettanti Cherubini, rappresentati in tondi; a destra di chi guarda, la Vergine Platitera con le braccia levate in preghiera e l’immagine del Figlio al centro del tondo sul petto; in basso il volto di Cristo, a sinistra San Giovanni Battista ed in alto, il trono vacante, in attesa del Signore, che verrà alla fine dei tempi. I Quattro Evangelisti, infine, agli angoli della cupola, sono i pilastri della fede.

L’abile autore di questa meraviglia è Josif Dobruniku, valente artista albanese, cui si deve anche il mosaico della Cappella del Fonte Battesimale. Quest’ultimo, che della cappella occupa tutta l'abside, più che il Battesimo, rappresenta il significato teologico e liturgico del Sacramento: è noto che l'arte sacra bizantina ha sempre avuto una funzione non solo decorativa. Nel catino, la SS Trinità, con lo Spirito Santo in forma di colomba; nella calotta è rappresentata la Vergine Odigitria; ai lati, i due corifei dei Santi Pietro e Paolo, in alto, Giovanni Battista ed Elia. Lungo tutto l’arco sull’abside, la scena dell'Annunciazione.

Anche se i mosaici rapiscono l’attenzione, vi sono altre opere da non trascurare: notevole, in sacrestia, è l’affresco bizantineggiante della Santa Parasceve, l’unica cosa rimasta dell’antica cattedrale, del 1547; la Madonna col Bambino, con Sant’Antonio da Padova e altri santi, tela nella navata sinistra; alcune tele del greco Iannakakis; le statue dell’Assunta e di Santa Lucia.

Impossibile non notare, infine, il Polièleo, il lampadario ornato con le icone degli Evangelisti

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