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Santuario di San Francesco - Paola   (CS)

Poco distante dalla parte più alta ed antica della città, è un complesso davvero imponente edificato a più riprese nella gola del torrente Isca. È un luogo quasi incantato, che emana un profondo senso di spiritualità, invitante per istinto alla meditazione ed alla preghiera. Ingranditosi attorno all’oratorio costruito dal Santo vicino al letto del fiume, nel 1435, ed alla cappella dedicata a San Francesco d’Assisi, che sempre il Santo fondò nel 1454, si divide in tre distinti elementi principali, pur mantenendo la sua connotazione architettonica unitaria: il Santuario, il Convento e la Biblioteca del Monastero. A questi si aggiunge una serie di altre costruzioni attigue e adiacenti.

Si accede ai luoghi di culto tramite un vasto piazzale, molto bello, con uno splendido panorama sulla città. Subito all’inizio, l’obelisco eretto in ricordo dell'Anno Santo 1950, alto 22 m, con ai lati due grandi pannelli in bronzo, che rappresentano la protezione del Santo sulla Calabria ed il passaggio dello Stretto di Messina, opere del Biancini.

Poco oltre, all'inizio delle fabbriche, una colonna sormontata da una Croce e poggiante sopra una larga base, che testimonia uno dei tanti miracoli del Santo: alleggerendola, ne rese possibile a Nicola Picardi il trasporto dalla spiaggia al Convento in costruzione, ed il gentiluomo ottenne in compenso la guarigione.

Il primo edificio che si incontra, a destra lungo il viale, è il secondo braccio del convento aggiunto agli inizi del 600.In origine era ad un solo piano, oltre a quello terreno, ed era chiuso da una torre terminale; il secondo piano fu completato nel 1779.

In fondo al viale, il prospetto monumentale del Santuario. Maestosa costruzione in tufo locale, fu eretta alla fine del 600. È divisa in due ordini sovrapposti: dorico nel piano inferiore, decorato da colonne e lesene, tra le quali s’apre l'arco d’ingresso all'atrio; corinzio in quello superiore, che presenta un fastoso balcone con arco a tutto sesto; la facciata termina con un elegante e ricco fastigio barocco, con la statua del Santo benedicente in un’apposita nicchia. Posta al centro dell’intero complesso, è un’opera resasi necessaria per raccordare i corpi conventuali, sviluppati in precedenza lungo le due sponde del torrente Isca, più che per motivi estetici: ecco perché il pronao immette nell’atrio della Basilica.

Oltre la facciata, alla destra del pronao, il bel portale in pietra della Basilica vera e propria: a sesto acuto, con un’alternanza di gotico, rinascimentale e romanico, è costituito da colonne a fascio su basi decorate a motivi zoomorfi e fitomorfi. Il portone in bronzo, del 1975, con a rilievo scene della vita e dei miracoli del Santo, è opera di Tommaso Gismondi. In una lunetta sopra il portale, un affresco del XV secolo raffigurante la Madonna Assunta con ai lati San Francesco di Paola e San Francesco d’Assisi.

Come accennato, la Basilica in origine era la piccola chiesa che San Francesco volle dedicare al Santo d’Assisi ed i pellegrini erano accolti in un oratorio realizzato nel 1452. L’afflusso sempre più numeroso di fedeli rese necessaria la costruzione di una chiesa più grande, la cui prima pietra fu benedetta e posata nel 1467. In pratica fu creato l’ingresso attuale e furono aggiunte due navate: una larga, con volta a capriate, in senso trasversale alla primitiva piccola cappella, ed un’altra minore a destra. Il nuovo edificio sacro fu completato nel 1474 e dedicato alla Madonna degli Angeli.

Devastato ed incendiato dai pirati turchi nel 1555, il Santuario fu ristrutturato 11 anni più tardi grazie ad Isabella di Toledo, figlia di Don Pedro e vedova di Giambattista Spinelli, Signore di Paola. Totalmente rifatta la navata più grande, con l’impianto di arcate a sesto acuto, sostenute da pilastri, con basi e capitelli, in pietra; una doppia volta a crociera, poggiante su pilastri compositi sempre in pietra, sostituì la volta a capriate. La cupola, rivestita internamente con marmi, è del 1594; un anno più tardi, la Cappella del Santo, che corrisponde alla chiesetta originaria, fu rivestita con rari marmi calabresi, verdi e neri. Un radicale rimaneggiamento fu eseguito alla fine del 600, che trasformò in barocco l’originario interno gotico, col pessimo risultato di appesantire le strutture murarie e di indebolire sensibilmente la luminosità dell’edificio. Le volte, i costoloni del soffitto ed i pilastri in pietra furono coperti d’intonaci e decorati di stucchi; perfino gli archi ogivali furono camuffati e ridotti a tutto sesto. I lunghi e laboriosi restauri, eseguiti tra il 1961 ed il 1973, hanno fortunatamente sfrondato la chiesa di molti orpelli, oltre a ricostruirne le principali fasi di realizzazione.

La chiesa, dunque, è a due navate disuguali. La principale, nella quale l’ottimo restauro ha riscoperto le volte e gli archi originari, presenta un fastoso altare maggiore in marmi policromi, di artisti napoletani del 600, coronato da un raffinato fastigio sempre in marmo, sostenuto da quattro snelle colonne barocche. Sulle pareti del coretto, dietro l'altare, la Madonna degli Angeli, affresco del 400 fatto dipingere dallo stesso San Francesco, che a questa Madonna dedicò la sua terza Chiesa.

Sulla parete sinistra del coro superiore, i cui scanni sono in noce lavorato ed intagliato dagli stessi monaci nel 1659, la Madonna col Bambino in trono tra i Santi Giovanni Battista e Francesco di Paola, tela di fine 400. Sulla parete destra, un Ecce Homo, del 600, opera di Giovanni Battista Caracciolo, il Battistiello. Notevoli anche la Sacra Famiglia, opera in quattro pale d'altare, olio su tela, di Giuseppe Pascaletti, del 1750. Stesso anno e stesso autore per San Michele Arcangelo, altra tela ad olio. Di interessante, ancora le statue in marmo dei Santi Francesco di Paola e Michele Arcangelo, a tutto tondo e a figure intere, opere del primo barocco napoletano; San Francesco di Paola e San Francesco d'Assisi, altre due statuette in argento, fuse a tutto tondo, dorate ed arabescate a damaschino, di fine 500 o inizio 600; la Madonna dei Poveri, detta anche l’Immacolata, dono del Re di Napoli, statua d’argento a tutto tondo della prima metà dell'800. Infine, il bel pulpito di legno sormontato da un baldacchino.

A sinistra dell’altare maggiore, la Sacrestia. Rifatta nel 1914, a causa di un incendio che aveva completamente distrutto l’antica, è un bel vano molto ampio, decorato con sobrietà ed eleganza, arredato con armadi di noce massiccio artisticamente lavorato, addossati alle pareti.

Molto più ricca è la navata laterale minore: vi si trovano, infatti, quattro cappelle del periodo barocco ed in fondo, l’angolo più prezioso: la monumentale Cappella di San Francesco, dalla linea semplice ed elegante, tutta rivestita di marmi rari di Calabria. L’altare in marmo, dichiarato privilegiato da Gregorio XIII, come risulta dalla lapide sovrastante, è tutto ricoperto da lamine d’argento con decorazioni in oro. D’argento con decorazioni in oro è pure il preziosissimo paliotto, opera in puro barocco di artisti napoletani: nel pannello centrale sono incastonati topazi ed ametiste; nei due laterali sono mirabilmente cesellati lo stesso Santo, che forma con le dita il volto di una mostruosa creatura, e lo stemma dell'Ordine dei Minimi. Sotto l’altare, un prezioso reliquiario, anch’esso in argento ed oro: opera barocca finemente cesellata da Enrico Quattrini, scultore romano, pesa 25 chili, e poggia con quattro zampe di leone su di una base d’onice del Marocco; nella parte superiore, un Angelo canta l'"Euge serve bone et fidelis", mentre un altro sparge fiori sul corpo del Santo morente che stringe il Crocifisso; in quella inferiore, lo stemma dell’ordine "CHARITAS" circondato da teste di Cherubini. Custodisce in una teca d'oro sei frammenti di ossa del Santo, donate dalla Francia nel 1935, in ricorrenza del quinto centenario dalla fondazione dell'Ordine.

Sempre sull’altare, San Francesco d’Assisi, olio su tavola con fondo dorato attribuito al fiammingo Dirck Hendricks, meglio conosciuto come Teodoro d’Errico, affiancato a sinistra da San Francesco di Paola, tela questa più recente di scuola partenopea.

Altre reliquie sono conservate in una vetrina ornata internamente da una sfarzosa cornice d’argento: il cappuccio, le calze, gli zoccoli, una camicia, la corona del Rosario, il mantello con cui ha attraversato lo Stretto di Messina ed un molare. Nella stessa vetrina, urne e teche, ancora d’argento, del 600-700. Dal 1943 un comune per ogni provincia calabrese, a turno, concorre ad alimentare la lampada votiva che arde perenne dinanzi al busto del Santo, in argento sbalzato e cesellato, del 600, collocato in una nicchia a sinistra.

Nella stessa cappella, il sarcofago del Marchese di Fuscaldo Salvatore Spinelli, con a rilievo lo stemma della famiglia e l’epigrafe datata 1595.

Nel pronao, dopo una porta vicino all'ingresso del Chiostro, si apre la scalinata che conduce al primo oratorio costruito dal Santo, tutto scavato nel tufo. Lungo il percorso, s’incontra per prima la Grotta del diavolo, l’androne in cui il Santo tenne prigioniero il demonio che ostacolava la costruzione del convento; segue poi l’oratorio e, quindi, una delle tre celle originarie. L’ultimo vano è la grotta dove il Santo trascorse la sua vita eremitica, suo rifugio preferito anche dopo la costruzione del convento. Il percorso termina sul torrente Isca. Alle pareti dell’oratorio, numerosi gli ex-voto e le testimonianze per le grazie ricevute dal grande Taumaturgo.

Ritornati nel pronao, si accede, ancora a destra, nel chiostro a doppio ordine: l’inferiore consta di venti arcate a sesto acuto del 400, sostenute da pilastri, con capitelli e basi a motivi floreali diversi l’uno dall’altro; il superiore, aggiunto alla fine del 500, si compone di archi a tutto sesto impostati su agili pilastrini alettati, chiaramente rinascimentali, con volte a crociera. Sotto le arcate inferiori, i resti di affreschi raffiguranti leggende della vita del Santo, del XVI secolo.

Dal chiostro si passa al convento, o meglio, alla sua parte più antica, che ai soli uomini è consentito visitare su richiesta. La costruzione iniziò nel 1483, con la realizzazione del dormitorio, del refettorio e delle celle, molto piccoli e semplici. Tra le poche celle rimaste del fabbricato originario, quella del Santo, trasformata in cappella.

La foresteria, ardita costruzione a due piani, impostata su una grandiosa arcata sul fiume, a sinistra della facciata del Santuario, fu aggiunta nella seconda metà del 600; un nuovo fabbricato fu unito nel 1932, la Scuola Apostolica dei Fratini Minimi.

Nel convento, molti sono gli ambienti ricchi d’opere d’arte, e perciò degni d’attenzione.

Il coro, le cui pareti sono rivestite in legno di noce, è composto da scanni a lesene scanalate e cornici intarsiate, opere degli stessi frati, del 1650; anche l’altare è dello stesso legno, come le due statuine dei Santi Francesco di Paola e d’Assisi. Alle pareti, quadri di gran pregio: l’Estasi di San Francesco, buona copia di una tela di Giovan Battista Salvi, il Sassoferro, conservata in una chiesa di Roma; Cristo sulla Via del Calvario, dipinto che alcuni attribuiscono a Mattia Preti.

Un imponente e lungo corridoio, su cui si aprono 17 celle, conduce alla biblioteca: è il Corridoio dei Padri. I ritratti sulle pareti ed i dipinti sul soffitto, conferiscono a tutto l’ambiente un profondo misticismo. Sulla parete destra, i ritratti con le epigrafi di alcuni religiosi, ospiti del monastero, che hanno brillato per virtù e dottrina; sul soffitto, in assi di abete, furono dipinti da un frate 16 episodi del Vecchio Testamento, preceduto ognuno, tranne il primo da un Angelo e da un motto.

In fondo al corridoio, la Biblioteca, risistemata alla fine del 600. La porta d’ingresso è in noce intagliato; ai lati i Santi Giovanni Crisostomo e Agostino, Dottori della Chiesa. La sala è grandiosa, contornata dagli Armadi con scaffali, in noce intagliato e dorato, mirabilmente eseguiti da Giuseppe Bava; alle pareti, molti i ritratti di religiosi, papi e vescovi; al centro della volta, l’Incontro della Regina di Saba con Salomone, bel dipinto di Genesio Gualtieri del 1781. Vi si custodiscono oltre 3500 volumi, per la maggior parte rilegati in pergamena, compresi 300 cinquecentine ed alcuni preziosi incunaboli: sono opere di sommo pregio, che trattano di teologia, filosofia, morale, agiografia, storia, letteratura; 86 volumi manoscritti, rilegati in pergamena, sono gelosamente custoditi in un apposito armadio; inoltre, 250 pergamene, che trattano di legati, censi, permute e donazioni, che interessano il Santuario, ed alcune Bolle papali e privilegi.

Nella Cappella della Scuola Apostolica, si conserva l'Immacolata, statua a tutto tondo e a completa figura, opera del 1931 del leccese L. Guacci; nella Cappella del Chiericato, la pregevole Madonna del Soccorso, olio su tela del napoletano Catello, in una cornice dorata, riccamente decorata e sormontata da corona aurea; nell'Archicenobio, ceramiche figurate di D. Mastrojanni, tra cui il Miracolo del Santo sullo Stretto di Messina.

Sono ancora molte le opere custodite in vari ambienti del Monastero e del Santuario, nell’attesa di una più consona sistemazione. Tra i dipinti: i Miracoli del fuoco, una serie di leggende della vita del Santo dipinte su ardesia da Andrea Lilio; Ordinazione della Beata Giovanna di Valois e San Giovanni Evangelista, tele del 700; Madonna col Bambino, su tavola, opera rinascimentale ascrivibile ad Antonello De Saliba; Madonna incoronata da Angeli col Bambino, tela del primo 400, definita opera di stile "gotico internazionale"; la Sacra Famiglia, una Santa Martire e una Figura di Santo, tele di P. Bardellino.

Ancora dal pronao, si accede alla zona dei prodigi, l’itinerario che tocca i luoghi in cui il Santo compì alcuni dei suoi miracoli e che termina alla cosiddetta Grotta della Penitenza: la fornace, in cui si cuoceva la calce usata per la costruzione del convento, e dalla quale fece rinascere il suo agnellino Martinello, ucciso e mangiato da alcuni operai; la fonte della Cucchiarella, sorgente che il Santo fece scaturire battendo col bastone su di un masso e che mantiene un livello sempre costante, accanto alla quale c’è il bossolo di una bomba, caduta nei paraggi durante uno dei bombardamenti del 1943 e miracolosamente non esplosa; il Ponte del Diavolo, costruito appunto dal demonio, dietro promessa da parte del Santo dell’anima del primo passante, e che il Santo avrebbe beffato facendovi passare un cane; il macigno pendulo, fuori dell’area del Santuario, in realtà due enormi massi sovrapposti ad un terzo gigantesco, in un equilibrio inspiegabile, staccatisi dalla montagna, che stavano per travolgere il mulino del convento e che un comando del Santo bloccò nella loro caduta.

Oltre il Ponte del Diavolo, la grotta in cui il Santo appena quattordicenne si ritirò per iniziare la sua vita d’eremita e di penitente, dove l'Arcangelo San Michele gli comunicò il disegno che Dio aveva previsto per lui. Oggi protetta da un piccolo tempio, custodisce una statua del Santo giovinetto ed è ornata, per così dire, da moltissimi ex-voto.

Per concludere, qualche breve cenno storico: il monastero fu trasformato in caserma dai Borboni nel 1806, subendo perciò la devastazione dei Francesi, che lo inclusero nella legge di soppressione del 1809; restaurato nel 1815 dai Frati, cui era stato concesso il ritorno, fu riadibito a caserma dopo la seconda legge eversiva del 1866. Il definitivo reintegro dei Frati Minimi è avvenuto nel 1901. Nel luglio 1998 è iniziata la costruzione di una nuova grande Basilica.

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