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Archicenobio Florense e Santuario di Santa Maria Signora del Cielo - San Giovanni In Fiore   (CS)

Fondata nel cuore della Sila dall’Abate Gioacchino nel 1189, l’abbazia fu la sede di quel nuovo movimento spirituale sfociato pochi anni dopo nella nascita dell’Ordine Florense. Secondo alcuni, l’edificio originario fu irreparabilmente danneggiato da un incendio, tanto che l’attuale sarebbe un monastero edificato nel 1214 in una zona meno angusta e selvaggia, che i frati denominarono Fiore. Comunque sia, è certamente il monumento più importante del paese, del quale fu il primo nucleo ed alla cui storia è strettamente legato.

È un edificio veramente monumentale, dal passato potente e glorioso, anche se quello che resta degli antichi splendori è ben poco, a causa della decadenza progressiva dell’ordine, dei soprusi e delle ruberie che dovette subire; si consideri inoltre che i periodici rimaneggiamenti, con aggiunte posticce e successive demolizioni, hanno sensibilmente modificato l’impianto originario. Specie la chiesa, nella metà del 700, fu trasformata in stile barocco, secondo la pessima moda dell’epoca, con l’aggiunta di una sovrastruttura di stucchi, volte e una cupola: ha riacquistato la sua struttura originaria, gotico–cistercense, dopo i felici restauri realizzati tra il 1938 e il 1987.

Dell’antica severa facciata rimane il solo portale in pietra, a sesto acuto, di chiara influenza araba–siciliana: è bellissimo, ma deturpato dall’incendio provocato da soldati francesi in bivacco lì vicino, nel 1789; più in alto, un rosone di grandi dimensioni. Chiaramente visibili le tracce di mura, probabili attacchi di un portico che metteva in comunicazione la chiesa con il chiostro.

Tipica delle chiese cistercensi, la pianta a croce latina con unica navata, presbiterio e due cappelle laterali nel transetto, ma l’impostazione generale voluta da Frate Gioacchino, e votata alla severità ed alla semplicità, è ben evidente in alcuni elementi stilistici: la navata è priva di volta, ad esempio, con soffitto a capriate, e si sviluppa senza interruzioni anche nel transetto. Altro elemento caratteristico ed originale lo si ritrova nell’abside principale, sporgente all’esterno, che presenta una volta a botte spezzata: vi si aprono tre monofore a sesto acuto, sulle quali tre oculi quadrilobati sono i vertici di un ideale triangolo equilatero, al cui interno è racchiuso un gran rosone esalobato. Questa disposizione è per qualcuno l’espressione architettonica di una delle visioni di luce di Gioacchino, per altri, più probabilmente, la rappresentazione simbolica della Trinità, come fu disegnata dallo stesso frate nel suo "Liber figurarum".

Sul ricchissimo altare maggiore tardo barocco, opera del 1740 di Giovan Battista Altomare, al centro di uno sfarzoso fastigio di legno, intagliato ed a forma di fiore è posto San Giovanni Battista, patrono del paese, raffigurato in una statua rinascimentale, del XVI secolo, in legno dipinto al naturale. Dietro l’altare, il coro, mirabilmente intagliato con motivi sobri e delicati, datato 1685 da un’epigrafe nel seggio centrale. C’è da aggiungere che tutto l’interno è in pietra a vista, con ornamenti di granito della Sila.

Nel transetto, sostenuto da contrafforti esterni, le due cappelle dall’insolita conformazione a due campate, con soffitto piano le inferiori e con volta a crociera le superiori, terminanti in absidi rettangolari, anch’esse con volta a botte spezzata ed illuminate da due monofore. Un coro è presente nella parte superiore di ciascuna cappella, ma probabilmente ne esisteva anche un secondo, forse per le preghiere notturne, secondo la regola dell’ordine. Una ripida scala di pietra, nella cappella di destra, conduce in un’ampia e severa cripta, divisa in due locali con soffitto a volte: dal primo, di forma e dimensioni uguali alla cappella sovrastante, si passa alla vera e propria cripta, che si estende fin sotto l’abside centrale ed è illuminata da piccole finestre in pietra; in questo vano, inscritta in una cornice di granito della Sila, con incisi i famosi versi tratti dal XII canto del Paradiso di Dante, "... lucemi da lato, lo calavrese Abate Gioacchino di spirito profetico dotato", la nicchia in cui riposano le spoglie del fondatore. La cripta, la cui presenza è ritenuta insolita poiché estranea all’edilizia cistercense tradizionale, fu rinvenuta solamente negli anni 20, durante alcuni lavori, sotto un cumulo di macerie: la trascuratezza per il sepolcro dell’Abate Gioacchino non può che essere imputata al timore che la chiesa aveva del suo pensiero, anche dopo secoli. Nella stessa cappella, il passaggio per quella che è ritenuta la sala capitolare, ad un livello inferiore rispetto al cortile esterno, e sotto la quale alcuni locali, raggiungibili mediante una scala di legno, erano destinati alla preghiera ed alla penitenza. Dal coro della stessa cappella, un’altra scala in pietra è l’accesso al campanile quadrato, inserito tra la chiesa ed i resti del monastero, dotato di una scala interna a chiocciola e con una bella campana del 400, incisa a caratteri gallici. Un ultimo passaggio, mette in comunicazione i cori delle due cappelle, tramite uno stretto corridoio che segue la parete dell’abside principale.

Altre opere nella chiesa sono: il busto dell’Addolorata, in legno del 700; due angeli di legno dipinti e dorati, di fine XVI secolo, sull’altare di San Bernardo; il Cuore di Gesù, tela neoclassica firmata e datata Lorenzo Giusti, 1831; la Sacra Famiglia, la Madonna con Santa Lucia e San Vito, San Bernardo e San Michele Arcangelo, tutte tele del 700, di Cristoforo Santanna.

Poco rimane dell’abbazia: nell’oratorio superiore, il coro del 700, dagli stalli di legno mirabilmente intagliati; l’acquasantiera di marmo del 500, con lo stemma dell’abate Rota; una pila del 600, in marmo verde calabrese; un fastigio di legno di grandi dimensioni. Qualche cella nel chiostro, infine.

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